Saturday, August 15, 2020
Business in dusty rose

Smart working: è giusto definirlo così?

Breve studio sul termine smart working

É da qualche anno che tendiamo a utilizzare la parola “smart” come aggettivo per diverse occasioni. Ultima, ma non per importanza è l’associazione con “working”. Ma è davvero corretto l’utilizzo del termine Smart Working per definire il lavoro da remoto? Me lo sono chiesto e ho deciso di indagare per capire se è un caso di inglesizzazione indebita da parte di noi italiani. 

Prima punto fondamentale è capire cosa voglia dire affettivamente smart, per questo ho chiesto aiuto alla Bibbia di tutti gli anglofoni, il Cambridge Dictionary. Scopro che ci sono 5 accezioni diverse: definire una persona o un luogo come qualcosa che “ha stile”; definire una persona intelligente e in grado di prendere decisioni velocemente in situazioni difficili; definire qualcosa fatta in maniera veloce ma efficace; definire un modo di parlare poco rispettoso (in senso ironico) e, ultimo ma non per importanza, definire una macchina che “lavora come un computer”, quindi in grado di lavorare in modo indipendente. Da non tralasciare anche il suo utilizzo come avverbio in cui si identifica un modo di fare/lavorare efficace. 

 Detto questo, appare strana l’associazione di smart con il verbo working, perché non si riesce a capire che cosa si renda, per l’appunto smart. Mi sono chiesta, quindi, se nei paesi anglosassoni sia usata questa terminologia, affidandomi ancora al Cambridge Dictionary. Ebbene, cercando smart working non compare nulla. Il sospetto aumenta quando tra i suggerimenti compaiono remote working e flexible working

 

«a situation in which an employee works mainly from home and communicates with the company by email and telephone» Remote Working.

Per entrambi il significato è simile ma con delle sfumature ben precise. Remote working: “a situation in which an employee works mainly from home and communicates with the company by email and telephone“. Si tratta della tipica situazione in cui il lavoratore tendenzialmente lavora da casa e comunica con l’azienda per vie elettroniche. Per quanto riguarda il flexible working l’attenzione viene posta sulla possibilità di scegliere i propri orari di lavoro: “a situation in which an employer allows people to choose the times that they work so that they can do other things, for example spend time with their children”.

Ho proseguito cercando tra saggi e pubblicazioni, in modo da capire come la comunità scientifica del caso si sia espressa. Ho trovato un interessante testo di David Nickson e Suzy Siddons (due manager e autori di varie pubblicazioni). In Remote working: linking people and organizations viene appunto descritta e analizzata questa modalità lavorativa dalla parte dei manager che devono gestirla (qui il link a GoogleBooks). Il lavoratore da remoto viene descritto come colui che “utilizza la sua abitazione come luogo di lavoro per almeno due giorni a settimana”.

«non-conventional organisational models that are characterized by higher flexibility and autonomy in the choice of working spaces, time and tools, and that provides all employees of an organisation with the best working conditions to accomplish their tasks» Smart Working.

Ma smart working? La cosa interessante è che questo modo di dire non viene mai usato nei paesi anglosassoni (o in altri paesi per quanto ho potuto constatare), ma solo in Italia. Un testo che cita questa terminologia, e cerca di darne un significato, è Smart Working: rethinking work practies to leverave employees’ innovation potential, un testo scritto a più mani tra il Politecnico di Milano, Grenoble Ecole de Management, Politecnico di Torino e l’Università di Pisa. Qui lo smartworking corrisponde a non-conventional organisational models that are characterized by higher flexibility and autonomy in the choice of working spaces, time and tools, and that provides all employees of an organisation with the best working conditions to accomplish their tasks (Smart_Working_Rethinking_Work_Practices).

Mi è parso evidente come si stia sbagliando ad usare questo termine, che evidentemente non asserisce al lavoro da casa o in luoghi che non siano quello di lavoro tradizionale (che è il remote working), ma proprio un’azienda che ha la capacità di adattarsi in termini di tempo e spazio con l’intenzione di creare la condizione di lavoro migliore possibile.  Mi sento meglio adesso, perché nonostante stia studiando marketing, c’è sempre una piccola umanista e comunicatrice in me, che tollera poco bene l’uso improprio di termini, soprattutto quelli che non appartengono alla nostra lingua.

Spread the verb! Siate smart, ma dite remote working!

 

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